La Pet-Therapy nasce simbolicamente nel 1964, quando lo psichiatra infantile Boris Levinson – dopo aver notato gli effetti positivi della presenza del proprio volpino nelle sedute con i suoi piccoli pazienti – decide di dare un nome alla pratica con cui gli animali da compagnia vengono impiegati per la cura di alcune malattie psicologiche (e, talvolta, anche fisiche) dell’essere umano. Gli studi di Levinson furono ulteriormente convalidati nel 1977 dalla studiosa Erika Friedmann, la quale – avendo osservato per circa un anno pazienti dimessi dall’ospedale a seguito di problemi cardiaci – riuscì a dimostrare l’esistenza di una correlazione positiva tra la sopravvivenza di persone che hanno subito un infarto e il possesso di animali da compagnia.

Di recente in Italia questo termine è stato sostituito con l’acronimo IAA (Interventi Assistiti con gli Animali). In questo modo è possibile anche distinguere questo genere di pratiche tra diverse tipologie di approcci, quali ad esempio:

  • Attività Assistita con gli Animali (AAA), in cui è presente una maggiore componente ludico-ricreativa.
  • Educazione Assistita con gli Animali (EAA), per la quale prevale principalmente una componente educativa.
  • Terapia Assistita con Animali (TAA), con cui risulta preponderante una componente terapeutica.

La Pet-Therapy è una forma di terapia in cui viene sollecitato il canale comunicativo relativo all’espressione delle emozioni, sia nell’uomo-paziente che nell’animale.

Un cucciolo in casa, un legame esclusivo: dalla dipendenza all’amore

Il caso Italia

Nel nostro Paese la Pet-Therapy è stata riconosciuta come utilizzabile per la cura di anziani e bambini nel Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 28 febbraio 2003, salvo poi essere riconosciuta anche dal comitato nazionale bioetico nel 2005. Intanto nel 2004 nacque la European Society for Anima Assisted Therapy (ESAAT), grazie alla quale vengono definite modalità e utilizzi di questo nuovo genere di terapia.

Gli studi

Nonostante la Pet-Therapy sia attualmente molto diffusa – specialmente nei reparti pediatrici degli ospedali e nelle case di riposo – gli studi finora condotti per dimostrarne l’effettiva efficacia risultano ancora abbastanza scarni. Un’importante serie di novità in merito, però, è diventata fattuale nel momento in cui, all’interno delle pratiche legate alla Pet-Therapy, sono stati inclusi anche i cavalli (animali particolarmente abituati a relazionarsi con gli altri proprio in virtù della loro tendenza in natura a vivere in branco) e gli animali da fattoria, ad oggi sempre più spesso protagonisti di interventi a scopi terapeutici o educativi.