Secondo la definizione proposta dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), con Medicina di Genere viene identificata una tipologia specifica di medicina impegnata nello studio delle «differenze biologiche tra i due sessi, nonché delle differenze più propriamente di genere legate a condizioni socio-economiche e culturali e della loro influenza sullo stato di salute e di malattia». Tutti fattori di ampio interesse per il Servizio Sanitario Nazionale (SSN).

La Medicina di Genere: alcuni punti chiave

La Medicina di Genere ha come base portante un approccio intersettoriale tra le diverse aree mediche e le scienze umane, grazie al quale tenere in conto al meglio le differenze biologiche tra uomini e donne, sia per l’approche alla malattia, alle sue cause e alle sue conseguenze che per l’applicazione di eventuali terapie.

Le differenze in termini medico-clinici tra uomini e donne sono evidenti sia nella frequenza che nella sintomatologia e nella gravità di numerose patologie, nonché nella risposta alle terapie e nelle reazioni avverse ai farmaci, come testimoniano altresì le diverse esigenze nutrizionali e le variegate risposte a nutrienti e sostanze chimiche presenti nell’ambiente. Per queste ragioni, sulla base del Piano sopra menzionato, possiamo affermare che «un approccio di genere nella pratica clinica consente di promuovere l’appropriatezza e la personalizzazione delle cure generando un circolo virtuoso con conseguenti risparmi per il Servizio Sanitario Nazionale».

Questo nuovo approccio alla medicina – in termini sia biologici e clinici che culturali e socio-psicologici – è approvato e promosso da Istituzioni internazionali quali Food and Drug Administration (FDA), Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU).

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Un po’ di storia

L’Italia ha iniziato a interessarsi alla Medicina di Genere nel 1998, quando il Ministero delle Pari opportunità e il Ministero della Salute – coadiuvati dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) e dell’ISS – hanno posto l’accento sulla questione, a quel punto non più trascurabile.

In questo scenario, tra il 2011 e il 2017 il Centro di riferimento per la Medicina di Genere – supportato dal Centro studi nazionale su salute e medicina di genere e il Gruppo italiano salute e genere (GISeG) – ha dato vita a quella che ancora oggi è nota come Rete italiana per la medicina di genere. L’obiettivo principe di questa iniziativa era quello di sviluppare una ricerca scientifica ad hoc, in grado di promuovere la formazione di medici e operatori sanitari e l’informazione della popolazione. A seguito di una serie di vicissitudini, il 13 giugno 2019 il Ministero della Salute ha firmato decreto attuativo relativo alla legge 3/2018, il cui articolo 3 riguarda proprio l’applicazione e diffusione della Medicina di Genere nel Servizio Sanitario Nazionale.

In questo modo il Governo ha approvato formalmente il “Piano per l’applicazione e la diffusione della medicina di genere sul territorio nazionale”, volto alla «diffusione della medicina di genere mediante divulgazione, formazione e indicazione di pratiche sanitarie che nella ricerca, nella prevenzione, nella diagnosi e nella cura tengano conto delle differenze derivanti dal genere, al fine di garantire la qualità e l’appropriatezza delle prestazioni erogate dal Servizio Sanitario Nazionale in modo omogeneo sul territorio nazionale».

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