Decine di milioni di anni fa in Africa una serie di terremoti e di movimenti del continente innescò gigantesche frane sottomarine al largo della costa orientale. Lo afferma uno studio, pubblicato su Nature Communications da Vittorio Maselli dell’Università del Canada, che mette anche in guardia dalla possibilità di futuri tsunami che potrebbero interessare la zona, oggi densamente popolata.
Una frana gigantesca. La ricerca ha esplorato il margine continentale della Tanzania occidentale per studiare i depositi di frane sottomarine che si sono formati a partire da 40 milioni di anni fa.. «Abbiamo scoperto», spiega Maselli, «che in questo lasso di tempo si è verificato un gran numero di frane sottomarine, alcune di queste lunghe fino a centinaia di chilometri. Tra questi smottamenti c’è anche quella che abbiamo chiamato la “mega-frana dell’Isola di Mafia”, una delle più grandi frane, se non la più grande che si conosca sulla Terra. L’evento si verificò circa 20 milioni di anni fa e copre un’area di circa 11.600 chilometri quadrati, una superficie paragonabile a quella dell’intero Abruzzo. L’Isola di Mafia è una delle isole principali della Tanzania, insieme a Pemba e Zanzibar.. Lo studio ha permesso di capire come queste frane siano da mettere in relazione con l’apertura della Rift Valley, la lunga frattura che sta aprendo l’Africa in due e che dal Mar Rosso scende fino al Sud Africa. L’area è infatti ancora molto attiva, come confermano anche i terremoti registrati nell’Oceano Indiano e nel continente in questi ultimi decenni.
Occhio al futuro. Ciò significa che frane di queste dimensioni si potranno ancora verificare e conseguentemente c’è la possibilità che si formino disastrosi tsunami, che in questo caso sono molto difficili da prevedere. Questa ricerca tuttavia, non riesce a dare risposte alle molte domande sollevate dalla scoperta, come quelle sul meccanismo che attiva le frane e sulle dimensioni di queste ultime.
Le risposte potrebbero contribuire a individuare le aree più a rischio e verificare la presenza o meno di popolazioni. «Il nostro studio è solo all’inizio», conclude Maselli. «Il nostro prossimo obiettivo sarà proprio capire come le frane si siano innescate e come abbiano cambiato il paesaggio sottomarino ed eventualmente anche quello subaereo, interessato dagli tsunami che si scaturirono»..