Il momento delle dimissioni dall’ospedale dei pazienti che hanno contratto la covid in forma grave è comprensibilmente celebrato con affetto e sollievo. Ma varcare la soglia di casa non rappresenta per tutti l’inizio di una vita rose e fiori. Spesso occorrono mesi per il pieno recupero fisico, e l’esperienza della malattia può lasciare strascichi sulla salute mentale, sul lavoro e sulla situazione finanziaria. Uno studio dell’Università del Michigan pubblicato su Annals of Internal Medicine accende i riflettori su queste diffuse e trascurate eredità della CoViD-19.. un’esperienza provante. I ricercatori hanno analizzato i dati relativi a 1.250 pazienti covid dimessi da 38 diversi ospedali nel Michigan tra la primavera e l’estate 2020, durante la prima fase della pandemia: fortunatamente, negli ultimi mesi la sopravvivenza dei pazienti covid in ospedale è migliorata, grazie anche alle più tempestive e mirate cure ospedaliere. Nei 60 giorni successivi al ritorno a casa, quasi il 7% dei pazienti monitorati nello studio è deceduto; tra coloro che erano stati in terapia intensiva, la percentuale di decessi in quest’arco di tempo è stata del 10%.
. Ancora debilitati. Il team è riuscito a contattare telefonicamente 488 convalescenti, che hanno risposto a un’intervista telefonica facendo un bilancio complessivo delle loro condizioni a due mesi dal ritorno a casa. I problemi emersi «suggeriscono che l’impatto della CoViD-19 si estende molto oltre l’ospedale e molto oltre la salute» sintetizza Vineet Chopra, primo autore dello studio. Più del 39% dei pazienti interpellati non era ancora tornato alla vita di prima. Il 12% ha raccontato di non riuscire a prendersi cura di sé come faceva in precedenza, il 23% aveva ancora il fiato corto dopo una rampa di scale e un terzo dei pazienti lamentava ancora sintomi da covid (primo tra tutti il non completo recupero di olfatto e gusto).
. L’impatto economico e psicologico. Il 40% di chi lavorava prima della malattia non era ancora rientrato al lavoro, soprattutto per ragioni di salute, ma in alcuni casi perché nel frattempo aveva perso il posto. Il 26% di chi era rientrato aveva ridotto l’orario per gestire meglio la fatica. Più di un terzo delle persone ha lamentato un impatto della covid sulle finanze: il 10% degli intervistati aveva finito tutti i risparmi per le ricadute dell’assenza dal lavoro e il 7% stava risparmiando su cibo, riscaldamento, medicine e spese di casa per andare avanti. Quasi la metà dei guariti ha riferito ripercussioni sulla salute mentale dell’esperienza-covid e una piccola percentuale (28 persone) ha cercato supporto psicologico dopo le dimissioni.
. Di che popolazione parliamo. L’età media dei pazienti era di 62 anni. Quasi il 52% di essi era afroamericano e il 4% di origini ispaniche. Oltre il 14% non soffriva di condizioni croniche prima di approdare in ospedale e per molti altri l’unica patologia pregressa era l’ipertensione (cioè la pressione alta). Un quarto dei pazienti aveva i fattori di rischio “classici” (diabete, problemi cardiovascolari, malattie renali). Fatte queste premesse, il dato sul tasso di mortalità nelle terapie intensive è sorprendentemente alto – ma in linea con quello registrato nello stesso periodo in altre parti del mondo. Il 63% di chi era stato trattato in quei reparti, ultimi baluardi di resistenza alla malattia, è deceduto in ospedale o nei due mesi successivi al rientro a casa.
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