Al giorno d’oggi si sente spesso parlare di microplastiche e affini, principalmente in relazione al cambiamento climatico. Ma, nel concreto, di cosa si tratta?

Con il termine “microplastiche” si indicano quelle piccole particelle di plastica che ormai da anni stanno invadendo mari e oceani di tutto il mondo, causando danni ambientali davvero ingenti.

Di norma, le microplastiche hanno un diametro compreso tra i 330 micrometri e i 5 millimetri, ma – nonostante le dimensioni ridotte – la loro pericolosità per la salute dell’uomo e dell’ambiente è ormai scientificamente provata.

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Quando il conto da pagare è salato: i danni su salute e ambiente

L’aumento della produzione di plastica nel corso dell’ultimo secolo ha causato un conseguente incremento della produzione di rifiuti, di cui – secondo i dati raccolti da Greenpeace – almeno 8milioni di tonnellate finiscono ogni anno nei mari di tutto il mondo, sotto forma di sacchetti, imballaggi, recipienti, polistirolo e quant’altro. E, dopo il Covid, anche di mascherine.

I danni principali provocati da questo tipo di sostanze sono quelli di natura ambientale. La plastica in sé – impiegando diversi anni a decomporsi – rimane infatti all’interno degli habitat acquatici fino al completamento del proprio ciclo di degradazione. Un tempo decisamente lungo, durante il quale può continuamente essere ingerita e accumulata nel corpo e nei tessuti di molti organismi.

In virtù di ciò, dopo l’ambiente è la volta dei danni che tutto questo processo crea alla salute. Una volta in mare, infatti, le microplastiche vengono ingerite da plancton, invertebrati, pesci, gabbiani, squali, balene, tartarughe e tutto il resto della fauna marina, finendo addirittura per modificare la catena alimentare.
Si pensi che, secondo i dati dell’Ispra, ben il 15-20% delle specie marine che finiscono sulle nostre tavole conterrebbero microplastiche. Un dato allarmante su tutti i fronti.

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Le politiche green

Dal 2015 – in linea e a seguito della definizione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile – diversi Paesi del mondo hanno iniziato a promulgare leggi con cui contrastare questo trend particolarmente nefasto. Negli Stati Uniti, ad esempio, alla fine del 2015 è stata la volta del Microbead-Free Waters Act, seguito a breve distanza da un’analoga legge britannica. Attraverso tale provvedimento, gli USA hanno introdotto il divieto per i produttori di cosmetici di aggiungere piccole sfere di plastica nei prodotti “da risciacquo” (come creme per la pelle e dentifrici).

Nel 2017 la Cina ha poi bloccato l’importazione di plastica dal resto del mondo, mentre nel 2018 la Commissione europea ha presentato la sua strategia per la lotta ai rifiuti plastici, con l’obiettivo di rendere riciclabili tutti i rifiuti da plastica prodotti in Europa entro il 2030.

In India, infine, da circa un anno è stata vietata la produzione di plastica monouso.